“Donne che corrono coi lupi”
by Kate
Perché proprio questo libro?
Perché leggendolo l’ho trovato affascinante, coinvolgente, diversissimo dai libri che leggo, profondo e originale, qualcosa che attraverso le favole di sempre da una visione emotivamente completa e complessa di quello che noi donne siamo capaci non solo di fare, ma anche di provare e di trasmettere.
Un libro veramente unico per tutte quelle donne che corrono con i lupi ogni giorno della loro vita, e per molti uomini che hanno il coraggio di viverci senza fuggire ma capendone la bellezza e la forza.
Commento e Trama
Il mito della donna selvaggia in “Donne che corrono coi lupi”.
Si dice che la solitudine fa paura, ma “solitudine non è assenza di energia o di azione, piuttosto un dono di provviste selvagge a noi trasmesse dall’anima”.
Clarissa Pinkola Estès, con “Donne che corrono coi lupi”(Feltrinelli, 1993) indaga quella parte del femminino la cui naturalità è stata repressa al punto da staccare i contatti tra la psiche individuale e l’anima del mondo, addomesticandola, facendola divenire timorosa e non autosufficiente, priva di iniziative e ingabbiata nell’assenza dell’auto-stima.
Come richiamare l’anima? “Con la meditazione, o nei ritmi del canto, della scrittura, della pittura, nell’educazione musicale, l’immobilità, la quiete.” Così l’anima esce dalla sua dimora, utilizzando l’energia mentale per realizzare uno stato di solitudine utile a ritrovare l’essenza femminile, un essere naturale che possiede “la creatività passionale e un sapere ancestrale”.
Attraverso un lavoro di ricerca, l’autrice ha raccolto un’ingente mole di materiale attinto dalle fiabe, dai miti, dai racconti popolari scoprendo, su base psicoanalitica, una serie di archetipi.
Ci si imbatte nell’ “Uomo nero nei sogni delle donne” che, insieme ad altre figure simboliche, rappresenta il predatore della psiche femminile ma, allo stesso tempo, “sogno iniziatico universale” che spesso è indice di una grande solitudine da cui la donna deve uscire se vuole salvare la propria psiche.
Un segnalato malessere, ciò che a livello conscio la donna non rileva perché le è stata inculcata una cieca obbedienza, porta spesso a non sapere o non avere la forza sufficiente ad accettare il fatto che la disubbidienza, il rifiuto più netto sono in molti casi salvezza.
Sviluppare la difesa dagli inganni, rifiutare l’educazione alla passività considerando i fattori culturali e familiari che indeboliscono le donne è la teoria di base di questo insieme di saggi.
Ma chi è il predatore innato? Esempio fortissimo è dato da “Barbablù”, la cui storia macabra conosciamo, ma soprattutto l’analisi intorno alla “chiave” che apriva la porta proibita in cui la sposa non doveva entrare, pena la morte, castigo alla disubbidienza.
Ma “La piccola chiave è anche l’accesso al segreto che tutte le donne sanno”, è chiave d’oro della conoscenza, e quindi della vita. “Barbablù impedisce alla giovane donna di usare quella chiave che la porterebbe alla consapevolezza”.
“L’uccisione di tutte le mogli curiose da parte di Barbablù è l’uccisione del femminino creativo, e dello sviluppo verso nuovi e interessanti aspetti di ogni genere. Il predatore è particolarmente aggressivo nel tendere imboscate alla natura selvaggia delle donne, nel bloccare il collegamento della donna con le sue introspezioni, le sue aspirazioni, i suoi obiettivi”.
Bisogna conservare l’intuito primordiale della donna madre-interiore, l’archetipo che dà energia, seguire le dieci regole dei lupi per conoscere il territorio della vita: mangiare, riposare, vagabondare, mostrare lealtà, amare i piccoli, cavillare al chiaro di luna, accordare le orecchie, occuparsi delle ossa, fare l’amore, ululare spesso.
I consigli dell’autrice alla fine delle cinquecento pagine, ognuna delle quali offre realtà ed esperienze diffuse.
Bellissimo.













