Ci sono colori che fanno parte della vita, colori che ti porti dietro come un’appendice e che scandiscono le ore della tua giornata, colori che ti appartengono e tu appartieni a questi colori, inconsapevolmente sei tu quel colore.
L’altra sera facevo queste considerazioni mentre mi avventuravo verso il mio treno che, come sempre, era in perenne ritardo di “appena” quindici minuti, appunto, mi avventuravo e scoprivo che il ritardo era raddoppiato, “soli” 28 minuti.
E mentre ho fatto finta di guardare un orologio che ormai neppure vedo più, tanto il tempo se ne va per i fatti suoi, mi sono sorpresa a considerare i colori della mia vita, colori scanditi da questa stazione ferroviaria di Roma alla quale, nonostante tutto, ho lasciato buona parte dei miei anni.
La pioggia era cominciata a cadere e il fragore si sentiva attraverso la pensilina, la sera ormai stava scendendo e tingeva i binari lucidi delle mille luci che si riflettevano dalle grandi lampade ai lati dei marciapiedi, ma la cosa che più mi stupiva era il colore del cielo.
Un cielo che si tingeva di viola, un cielo pieno di nubi minacciose che urlavano la rabbia repressa di lividi lampi, un cielo che si stingeva sempre di più all’orizzonte fino a diventare cupo come un mare in tempesta.
I treni andavano in continuazione, nessun colore ormai faceva parte più di quella stazione a me così nota, tanto da sapere quanti sono i gradini delle scale che ho contato mille volte, tutto era immerso nel non colore della pioggia, tutto era rarefatto e surreale.
Una stazione che ormai era stata intrappolata in miliardi di gocce lucenti, ed io ero lì con il naso per aria a bearmi di quell’incolore che dava una luminosità diversa ai mille quotidiani colori di una stazione.
Mi hai trovata così, col naso in su a scrutare il non colore, col naso in su ad assaporare il non odore, coi capelli e i vestiti bagnati da quel magico momento, mi hai trovata così e ti ho visto arrivare in quel non colore, al centro un colore stupendo: i tuoi occhi.















