Usciti dal cinema, querula: “Piove”, gli disse. Aria grigia.
Con l’ombrello marrone, affettuoso: “Ecco qua!”, le propose riparo.
Un piede, stizzita: “Uffa!”, per terra batté. Rossa la scarpa. Era un giorno così. Oggi lei, ieri lui.
Sollecito, un taxi dal: “Cinema Flora”, chiamò, “per favore”.
Secca l’addetta: “Quattr’inuti-Za’-30”, troncò e riappese.
Adirata: “Piove!”. Grigia: “Piove!”, ripeté.
Incoraggiandola: “Pensa”, mitigò, “pensa: non c’è da annaffiare”.
Imbronciata: “Ma piove…”, ribadì e sconsolata. “L’umore l’ho nero”.
Premuroso: “Per le tue ballerine?”, indagò.
Risentita dell’acqua e del grigio: “Adorabile amore!”, non certo di lui, assicurò.
Accorto: “Il bucato la tata”, le fece, “l’avrà ritirato, bianco, vedrai”.
Riconfortata di un poco: “Piove e va bene?”, sperò.
Allegro: “Va bene, se piove, va bene”, sereno asserì. “Il sereno poi arriva, portandoci il verde. In aprile, se piove, è così”.
Bianco e leggero il tassì “All’Erta Canina” puntò, “gentilmente” lui chiese; giallo e bianco e leggero, su strade fluenti dell’ora incongesta. Nere e bagnate.
A casa tornati, tornato il sereno. Le rose vermiglie “Godon piena salute, ero certo” e l’intero giardino. Il mondo s’asciuga tornato sereno.
Umide appena “Cara, dai a me” dismesse le scarpe ripone di entrambi, le nere, le rosse.
Il bucato, solerte, “Appena per tempo” ha ripreso la tata, bianco disteso.
Acceso d’amore: “Facciamo un bambino”, la esorta; “la tata già c’è. Altrimenti, a che pro?”
Dubbiosa: “A che pro siamo qua, altrimenti?” Non sa.
Sincero: “Non so”, le confida, “neanch’io”, le confida, “e così dico orsù!”
Ma grigia oggi lei, ieri lui: “Che paura mi fa; un bambino”.













