Viaggio a Istanbul

by  The Cicianebbia’s

A volte, per scoprire come funzionano davvero le cose, bisogna passare attraverso un imprevisto, cioè un accidente capace di rompere i rigidi schemi delle convenzioni e svelare l’anima delle cose e delle persone. Metti un giorno di vacanza ad Istanbul, ad esempio: il penultimo prima della partenza, per l’esattezza. Metti che lo vuoi passare in gita sul Bosforo e che arrivato al porto scopri di esserti perso l’ultimo traghetto utile, dopo esserti fatto tra l’altro un sacco di strada a vuoto a piedi, per colpa delle indicazioni non aggiornate della tua guida turistica (cara Lonely, quanto ti abbiano maledetto, quella mattina!). Be’, non si puo’ dire che sia stato un buon inizio di giornata…

© cicianebbia's

Ma questo e’ solo l’inizio. Tornando verso l’hotel, ci viene in mente che il giro del Bosforo, tutto sommato, possiamo farcelo anche in macchina: guidare ad Istanbul non e’ il massimo, anzi, lo abbiamo accuratamente evitato fin da quando siamo arrivati, ma piuttosto che rinunciare al programma della giornata, si puo’ fare. Chiedo le chiavi dell’automobile in reception, visto che ho parcheggiato davanti all’hotel, in divieto e ho dato disposizioni al portiere di spostarla in caso di necessità. Tempo di salire in camera, la reception reclama le chiavi che mi ha appena consegnato, per liberare il parcheggio, in favore di un altro veicolo. E qui commetto l’errore fatale.

Premessa. Prima di partire, ho fatto un tagliando completo, senza badare a spese. A parte i classici liquidi, ho cambiato le pastiglie dei freni, ho sostituito tutti e quattro i pneumatici. Ho fatto riparare il motorino dell’alzacristalli elettrico, cambiando il braccio meccanico, che era usurato e stava cominciando a dare i numeri: un lavoraccio. L’unica cosa che non ho fatto riparare e’ stato il motorino di avviamento. In effetti, da qualche tempo, mi dava problemi: una volta avviato il motore, dovevo riportare manualmente la chiave nella posizione di partenza, perché il meccanismo di ritorno era guasto. Tanto, pensavo, che problema c’e’? Io dove toccare: solo io guido questa macchina…

Avete già capito. L’errore fatale e’ stato il non realizzare che il portiere, non conoscendo il

 problema e la procedura per ovviarlo, con quattro manovre (in salita), mi avrebbe bruciato il motorino di avviamento. E così e’ stato. Quando sono entrato in macchina, pochi minuti dopo, non si accendeva neppure una luce nel cruscotto. Non un rantolo. Nessun segnale di vita.

Frittata alla turca.

© cicianebbia's

A questo punto, dovete immaginarvi la scena. Io esco dall’auto piu’ o meno come un pugile suonato puo’ uscire dal ring, solo molto piu’ pallido, avvicino il portiere, chiedendo aiuto e spiegando in un inglese (che quel punto non dev’essere stato molto fluido) che la macchina ha un problema serio, ma l’uomo – sorpreso – sostiene un’idea del tutto diversa dalla mia: “battery… battery…”, ripete e, come per convincere piu’ se stesso che me (“fino a cinque minuti fa andava, com’e’ che ora s’e’ piantata?” si deve essere chiesto), mi spiega che la batteria delle macchina si scarica, se uno non la adopera da diversi giorni. Grazie della notizia. Senza neppure darmi il tempo di riflettere e, soprattutto, senza curarsi troppo di mettermi al corrente delle sue intenzioni, vedo che a quel punto chiama a rapporto uno scagnozzo, impartisce qualche ordine per me incomprensibile e avvia l’operazione “soccorso”.

C’e’ da dire che in un primo momento, ho pure sperato che avesse ragione lui e che sapesse cosa stava facendo, soprattutto quando la macchina, lanciata per la strada in discesa s’e’ messa in moto, prima di sparire dietro ad una curva. Pochi secondi dopo, però, e’ squillato il telefonino del portiere e l’illusione s’e’ infranta di fronte alla sua faccia, sempre piu’ corrucciata: lo scagnozzo stava fin troppo chiaramente spiegando, come la macchina si fosse nuovamente spenta, senza piu’ ripartire. Il problema, dunque, era piu’ serio del previsto. E io che avevo detto?

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La seconda parte di questa storia vede l’entrata in scena di un altro protagonista. Anche questo molto turkish: il meccanico della sponda asiatica. Ci arrivo subito, prima però occorre raccontare un piccolo antefatto.

Nella sua corsa folle verso il nulla, la mia povera auto s’e’ fermata in mezzo alla strada (Alemdar Caddesi), tra la corsia delle auto, e le rotaie del tram, davanti alla fermata “Gülhane”. Per capirci, siamo a meno di cento metri da Aya Sofya, in pieno centro storico, nell’ombelico turistico piu’ famoso di tutta la Turchia; aggiungo che sono circa le 11:00 di sabato e che c’e’ una folla da far spavento. Il povero Mahir (così si chiama il portiere dell’hotel Meddusa, che – tra l’altro – vi consiglio vivamente), a quel punto costernato per l’accaduto, di cui si sente un po’ colpevole, si prodiga per chiarire la situazione coi vigili, far spostare la macchina in modo che non intralci il traffico e contatta un centro di assistenza ad Istanbul, che però non mi puo’ aiutare. Decido di chiamare, allora, la mia assicurazione in Italia che, prontamente, mi assicura l’invio di un carro attrezzi. Ringraziamo Mahir, lo congediamo e attendiamo fiduciosi.

Passano venti minuti e poi mezz’ora e non si vede nessuno. Richiamo piu’ volte l’assicurazione e mi dicono che il fax e’ partito e che devo pazientare. Un fax?!? Ma come facciamo a sapere se da questa parte qualcuno lo ha letto e sta provvedendo? Passa un’ora, richiamo e mi sento rispondere che mi trovo in una metropoli enorme, che ci vuole del tempo e che noi turisti all’estero non possiamo pretendere un’assistenza veloce quanto quella che avremmo in Italia. Bisogna pazientare ancora. E cosi’ ci infiliamo nel pub all’angolo, dove ammazziamo il tempo, in modo penoso, scambiando pochissime parole, sorseggiando due spremute, per le quali ci chiedono dieci euro: uno sproposito, considerato il costo della vita a Istanbul.

Trascorse due ore di attesa snervante, decido di fare un ultimo tentativo con l’assicurazione: del carro attrezzi non si vede neppure l’ombra, quindi o non e’ stato ingaggiato o da questa parte hanno dei problemi. Chiamo l’assicurazione ed e’ un bel colpo quando sento rispondere la segreteria telefonica: guardo l’orologio, in Italia sono da poco passate le 14:00, a quell’ora gli uffici hanno appena chiuso i battenti. La segreteria mi informa che il servizio di assistenza riaprirà lunedì alle nove. Vi rendete conto? Abbandonati al nostro destino, senza neppure lo straccio di un contatto telefonico!

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Per fortuna, il nostro Mahir, giovane curdo, brillante, intraprendente, immagine stessa della Turchia moderna che guarda a Occidente, e’ un uomo dalle mille risorse. Non voglio farvela troppo lunga: capita la situazione, manda a chiamare, tramite un amico, un conoscente meccanico e ci dice di stare tranquilli, perché in un’ora o poco piu’ arriveranno i soccorsi. Il conoscente meccanico, infatti, vive e lavora dall’altra parte del Bosforo, sulla sponda asiatica; nella mia testa, me lo immagino alla guida del suo carro attrezzi, imbottigliato nel traffico infernale attorno al ponte Boğaziçi… Immaginate il nostro stupore quando vediamo arrivare il nostro meccanico a piedi, in abiti comodi ma civili (no tuta, o cose del genere), che porta con sé un misero sacchetto di plastica, tipo Esselunga, al cui interno sembrano esserci ben pochi attrezzi… Eppure il nostro uomo sa il fatto suo. In quattro e quattr’otto, smanettando qua e là, scopre il problema e, a giudicare dalle espressioni soddisfatte di Mahir e dell’amico mediatore, sembra conoscere il modo per rimettere in moto l’auto.

Ad un certo punto, il meccanico fa qualcosa che non intuisco chiaramente (un collegamento elettrico volante?), quindi, i tre si mettono a spingere l’auto in discesa, in contromano, lungo la carreggiata occupata dai binari del tram. Manu sbianca, la gente si ferma a guardare incuriosita, io rido come un pazzo. La scena e’ davvero grottesca, soprattutto quando vedo la macchina tornare indietro a tutta birra, in marcia indietro: ce l’hanno fatta!!!

Terza ed ultima parte della storia. Torniamo in hotel, stanchi morti, ma con il cuore piu’ leggero. L’appuntamento con il meccanico e’ per il dopo cena e abbiamo quindi tutto il tempo di riposarci, rifocillarci e recuperare un po’ delle energie, soprattutto nervose, spese durante questa pesantissima giornata. Dopo cena, ci troviamo con Mahir nella hall e facciamo chiacchiere, sorseggiando il tradizionale chai. Si parla di telenovelas turche, ma gli chiediamo anche del suo paese, della sua famiglia, del rapporto tra curdi e turchi e dei suoi progetti. Mahir vorrebbe visitare gli States e studiare l’inglese, che sta imparando da autodidatta: e’ proprio un bravo ragazzo, sempre sorridente, di un garbo e di un’affabilità’ infinita. Il meccanico si presenta attorno alle undici, ci mostra il pezzo rotto e ci spiega che ha dovuto comprare un pezzo originale. Dopo un fitto scambio di vedute a tre con Mahir e l’amico mediatore, ci chiede 250 euro. Io gliene avrei date anche 300, considerata la situazione e poi non so quanto di meno avrei speso, qui a Milano. Chissà, piuttosto, se e come se li sono divisi…

Che esperienza! Adesso, ogni volta che salgo in macchina e giro la chiave, penso a quei personaggi e penso a che fortuna e’ stata rompere il motorino e avere avuto cosi’ l’occasione di conoscere un po’ della grande anima turca…

by  The Cicianebbia’s

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3 pensieri su “Viaggio a Istanbul

  1. Simpaticissimo questo tuo articolo, che tra l’altro racconta di disavventure che purtroppo possono capitare quando si è in giro per il mondo.;)

    Belle, molto belle le foto che, nel magazine da sfogliare si gustano in pieno.

  2. Proprio vero, a volte son questi inconvenienti che ci mettono in condizione di conoscere meglio il carattere e il modo di essere delle persone che si incontrano nel corso dei viaggi. Un racconto piacevole e interessante e poi belle, veramente belle anche le foto. Un salutone, Fabio

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