Il campanile nell’acqua …

e gli occhi della Taja

 by Fabio

Batte la pioggia sui tetti di Resia…fa freddo. Eppure è il 20 di agosto. Siamo partiti da Cagliari al mattino con circa trenta gradi di temperatura e ora ci ritroviamo qua, a fare i conti con un clima a dir poco invernale. Johann e Brigitte, i padroni di casa, ci accolgono con affabilità e poi c’è una bella sorpresa per la piccola Sara perché, solo pochi giorni prima, alla fattoria son nati sei graziosi cuccioli di cane da pastore. E’ veramente un piacere tenerli in braccio e coccolarli. Mamma Taja sembra accettare di buon grado la nostra presenza.

Resia è un bel paesino e il tempo, dal mattino successivo, ci asseconda. Siamo al crocevia fra Italia, Austria, Svizzera e Baviera: il posto ideale per tante avventurose escursioni. Bellissima poi la ciclabile che fa da anello al lago di Resia. Johann mi ha prestato la sua bici e a me piace molto percorrere quella strada transitando davanti al vecchio campanile di Curon Venosta che emerge severo dalle acque a testimonianza di uno scellerato intervento umano che ha sottratto ai valligiani i loro borghi ridenti e vasti pascoli e coltivazioni: il tutto in cambio di un misero indennizzo. Perciò, a seguito della realizzazione del profondo invaso idroelettrico, molti abitanti di Resia e Curon Venosta furono costretti a trasferirsi nelle case costruite più a monte e nella vicina Austria.

     

     

Proseguo il mio cammino e supero la diga mentre il vento freddo che, al pomeriggio, soffia implacabile da nord, rende più ardua ogni pedalata. Sul versante ovest del lago mi attende una serie di ripidi saliscendi ma, per fortuna son ben allenato e, pur con una certa fatica,riesco a superare anche questa prova. Transito nuovamente davanti a casa ma non mi fermo. Supero il Passo Resia a 1455 metri sino a raggiungere, in territorio austriaco, Nauders, paese sobrio circondato da foreste di pini e verdi prati. Si fa sera e percorro la ciclabile a ritroso: la strada del passo è più ardua al ritorno e, alla fine, ho veramente la lingua a penzoloni. Per fortuna c’è Johann, che reduce da un’intensa giornata di lavoro, mi attende per bere una birretta e scambiar quattro chiacchiere. Mi parla delle fatiche dei campi: – Occorre raccogliere il foraggio per le mucche – spiega – prima che cambi il tempo. Bisogna badare al bestiame, conferire il latte al caseificio, coltivare l’orto, spaccare la legna e…curare i sei piccoli cuccioli che crescono ogni giorno di più. – Ma da Resia – dicevo – è possibile raggiungere in breve tempo tante rinomate località. Noi siamo stati ad Innsbruck, al cospetto del palazzo imperiale e del lucente Golden Dachl.

Successivamente abbiamo percorso coi rossi trenini elvetici la verde Engadina e ammirato i suoi paesini dai tetti aguzzi, sino a raggiungere Saint Moritz, città, per me, soffocante, sin troppo mondana e leziosa. Ma io, soprattutto, ricordo la visita ai castelli da fiaba della Baviera. Un visionario, un esteta quel Ludwig ma, ancor più, un vero dissipatore di pubblico denaro. – Per questo – dice la guida che ci accompagna nella visita del Castello di Neuschwanstein – fu dichiarato infermo di mente. – Non era matto – dice Sara che ascolta sempre con attenzione – era solo uno che esaudiva tutti i suoi desideri! – Ma le casse della Baviera – spiego alla bimba – erano ormai vuote e il popolo, come spesso accade, languiva. –

 C’è sempre veramente tanto da imparare durante un viaggio…ma anche tanta strada e tanta stanchezza. Per questo, alle lunghe gite in automobile, alterniamo più comode passeggiate fra i boschi e pic-nic sui prati. Ma il pomeriggio e la sera son dedicati alla Taja e ai suoi cuccioli che attendono sempre Sara per giocare. Credo proprio che la mia bimba se ne sarebbe volentieri portato almeno uno a casa…magari la vezzosa Romy ma…noi viviamo in un appartamento e gli animali, invece, hanno bisogno di spazio, di prati verdi per correre e giocare. Per questo bisogna rinunziare.

Il giorno della nostra partenza però, mamma Taja proprio non ci sta. Mi osserva col muso lungo mentre carico i bagagli e, quando saliamo in macchina, quasi offesa si volta dall’altra parte. Brigitte, la padrona, se ne accorge e solleva la zampa della cagnolona per farla salutare. Taja, ci guarda appena, con un velo di tristezza negli occhi. Oggi mi capita spesso di ricordare quei momenti e così la mente ritorna a quel campanile che emerge solitario dalle acque del lago e al malinconico sguardo della Taja che più di ogni altra cosa è rimasto nel nostro cuore. 

Fabio Melis

3 pensieri su “Il campanile nell’acqua …

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  2. Sempre interessante, Fabio, questo tuo modo di viaggiare…
    Attento alle bellezze del paesaggio, quelle naturali e quelle architettoniche, ma attento anche a certe implicazioni storiche.
    Ludwig dissipatore di pubblico denaro, ha avuto purtroppo tanti discendenti; non solo in Baviera.
    Comunque, come si spiega quel campanile semisommerso?
    Un abbraccio

  3. E’ vero, Riccardo, i racconti di Fabio sono sempre molto interessanti, per non parlare poi delle foto, che sono meravigliose, sia dal punto di vista tecnico che creativo: ha un bellissimo occhio, complimenti al fotografo.
    Infatti, è sempre un vero piacere impaginare i suoi articoli.

    Tra l’altro, nella squadra adesso abbiamo due bancari e tutti e due dei fotografi d’eccezione: Antonella e Fabio.

    Wow!!!

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