Gli occhi di…

Sharbat Gula

By Grimilde

Ci sono fotografie che segnano un’epoca, diventando icone.

Basti pensare al ragazzo di piazza Tienanmen, o al vigile del fuoco in Ground Zero, tanto per citarne giusto un paio. Chiunque conosce queste immagini, che oltre ad essere famose, portano con sé un enorme quantità di significati.

Una di queste icone è stata creata da Steve McCurry. È la foto “simbolo” del National Geographic, ovvero il ritratto della giovane ragazza afgana.

Chi?

© Steve McCurry

Lei.

Aaaaaaah!

Soffermatevi a guardare questa foto. Fate attenzione a tutti gli elementi. L’espressione della ragazza,

la luce soffusa che crea solo una lieve ombra sul suo volto, il velo rosso che lo incornicia, il tessuto verde del vestito che si intravede da sotto il velo, lo sfondo.

Ognuno di questi elementi concorre nel creare un capolavoro. Il nostro cervello non codifica tutto; l’immagine ci pare bella solo per gli occhi della ragazza, ma a ben vedere, in questo contesto ogni elemento è al posto giusto.

È questo che distingue una foto di reportage da un capolavoro. Questa perfezione.

Steve McCurry è un fotoreporter, uno di quelli che scattano foto in guerra, per intenderci.

Ma al contrario di molti suoi colleghi, McCurry racconta eventi drammatici attraverso gli sguardi delle persone che li vivono.

E questo implica del lavoro. Deve entrare in contatto con una determinata popolazione, spesso lontana anni luce dalla civiltà occidentale. Deve iniziare pian piano ad avvicinarsi al suo soggetto, prendere confidenza, catturare la sua fiducia.

Ed in queste situazioni, si può comprendere che non sia compito facile.

Guardate di nuovo la ragazza. Guardate i suoi occhi. A me viene in mente un gattino randagio, malconcio, a cui viene avvicinata una mano con del cibo. Spaventato, ma ancora con il pelo alzato, non sa se fidarsi o meno.

Ogni scatto di McCurry racconta una storia, di quelle che ti fanno pensare.

E la storia della ragazza afgana non finì il giorno di quell’incontro.

L’immagine fu prima utilizzata dal National Geographic come copertina nel 1985, e da Amnesty International poi, e da quel momento è diventata il simbolo di tante cose, dalla condizione dei bambini durante le guerre, alla povertà di quei luoghi, alla fierezza che suo popolo mantiene.

E così, 17 anni dopo, McCurry tornò a Peshawar per cercarla. Ci vollero mesi di ricerche, ma alla fine Sharbat Gula venne ritrovata. In un piccolo villaggio sulle montagne del Pakistan.

Ha passato la vita a scappare dalle guerre, a nascondersi dagli attacchi nemici, a non sapere cosa sia la sicurezza di una casa.

Non sapeva minimamente che il suo viso da dodicenne è uno dei più famosi del pianeta, e cosa abbia significato.

Il suo desiderio? Che le bambine Pashtun possano avere la possibilità di completare la loro educazione scolastica, per avere qualche chance in più durante la loro vita. Cosa che a lei è stata negata.

Grazie a quell’incontro, National Geographic ha fondato l’associazione benefica “afghan Girls Fund”, che si occupa proprio dell’educazionee dell’emancipazione delle bambine e ragazzine afghane.

Avrei voluto parlare di più di fotografia, di composizione e colori… ma sono stata rapita da quegli occhi.

*************

Per approfondire:

http://ngm.nationalgeographic.com/2002/04/afghan-girl/index-text

(dove è possibile vedere la foto di Sharbat all’età di 29 anni)

http://stevemccurry.wordpress.com/

(ebbene si, è su wordpress anche lui!)

http://www.stevemccurry.com/main.php

(per un viaggio nelle sue fantastiche immagini

5 pensieri su “Gli occhi di…

  1. Penso che chi riesce a scattare certe fotografie non sia solo supportato da tecnica e fortuna, ma soprattutto da una sensibilità d’animo che vede ciò che agli occhi sfugge. La stessa cosa vale per chi poi guarderà l’immagine.
    Ciao

  2. Un’immagine “famosa” che avevo già visto altrove e che ogni volta non posso fare a meno di fermarmi a guardare, perdendomi dentro questo sguardo verde, carico di umanità e drammaticità.
    Quella che non conoscevo invece, è la storia che vive dietro – e dentro – questa fotografia.
    Grazie per avercela raccontata, tralasciando l’occhio “tecnico” in favore dello sguardo del cuore.

  3. Hai ragione Elle, Grimilde ha consapevolmente evitato di raccontarci di particolari tecnici, perché potessimo sentirci più coinvolti nella storia di quel viso e del suo autore.

    Ma non poteva essere diversamente, perché lei stessa è autore e sa che dietro ad una foto c’è sempre tanta emozione: l’idea nasce, vive e si materializza con tutti i particolari che la compongono, per poi far parte di ognuno di noi.

    Una gran bella recensione.

  4. Pingback: La fotografia. | arthur…

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