Passati i trent’anni, la vita non è altro che…

by Pensieri Stranieri

Passati i trent’anni la vita non è altro che una clessidra incollata ad un tavolo che ormai ha ben poche sorprese da offrire. Almeno così era per me.

                   All’epoca avevo 45 anni, lavoravo come impiegata in una banca. Le mie giornate erano color grigio topo, un deprimentissimo grigio topo, la convivenza con mio marito, Paolo, ormai era diventata semplice, forse perché era scomparso qualsiasi tipo di comunicazione tra noi. Mi alzavo la mattina alle sette, preparavo la colazione a Paolo, bevevo una tazza di latte con un po’ di corn flakes e via a lavoro. A pranzo tornavo a casa ma mangiavo da sola, non avevamo figli, non ci eravamo mai riusciti ed ad un certo punto avevamo anche smesso di provarci. In silenzio però, senza dirci nulla. Paolo tornava dallo studio alle 7.00, preparavo la cena, un po’ di televisione e poi finivo a dormire dal mio lato del letto con Paolo che mi dava le spalle. Giorno dopo giorno, dopo giorno, dopo giorno. La cosa peggiore e che non mi rendevo conto di quel grigio topo, ci affogavo dentro del tutto ignara.

Fui scossa da questo torpore una mattina di gennaio, insieme a me era grigio anche il cielo. Arrivai in banca un po’ prima del solito, accesi il computer sulla mia scrivania ed entrai nel forum dove ero solita perdere un po’ di tempo, avevo bisogno di un nickname per vivere. Un messaggio privato. Un qualcuno, un certo Papero26. Si presentò, qualche convenevole, poi mi scrisse che osservava i miei post da un po’, che a qualcuno aveva anche risposto e che vorrebbe tanto poter scambiare con me qualche pensiero in privato, lontano dagli occhi degli altri. Alla fine del messaggio privato c’era un link, cliccai su e si aprì una pagina tutta nera. Pensai fosse uno scherzo, poi accesi le casse e l’intera stanza fu inondata da una musica. Mi affrettai a chiudere la pagina, presi gli auricolari dalla borsa e li attaccai alle casse, cliccai di nuovo sul link pronta ad ascoltare quella melodia. Sembrava una musica celtica, uno strumento a corde era accompagnato da alcuni campanelli. Chiusi gli occhi completamente rapita da quelle note, mi si dipinse un sorriso in volto e lasciai che il mio cuore fosse il più grande artista di quella melodia, seguendo col suo battito lento e regolare quella musica che sembrava fosse suonata dagli angeli. Un tamburo prese ad accompagnare lo strumento a corde, riuscivo quasi a sentire l’odore di erba bagnata e di muschio. Aprii la pagina con il messaggio privato e sotto al link lessi “Lascia che ti porti via con questa musica…”. Risposi a quel messaggio ed a quello dopo, ed a quello dopo ancora.

                    Nel mio grigio avevo introdotto una pillola di luce, quei cinque minuti mattutini in cui mi lasciavo portare in altri mondi da Papero26, uno sconosciuto che riusciva a rendermi più felice di mio marito, una persona qualunque che mi insegnava a far ballare l’anima. Un giorno mi trovavo in cima ad un monte con un pianoforte, quello dopo su una spiaggia con una chitarra, quello dopo ancora in un prato con un flauto. Erano melodie che non avevo mai sentito e che probabilmente non avrei trovato se avessi provato a cercarle. Messaggio dopo messaggio gli lasciavo scoprire un po’ di me, sapeva dei miei problemi con Paolo, sapeva del mio dolore per non aver avuto figli. Mi consolava sempre ma parlava poco di sè, era un uomo di cui non conoscevo nulla tranne il ridicolo nickname. Tutti i miei colleghi sapevano ormai che durante quei cinque minuti nessuno doveva disturbarmi, che quando ero da sola con gli auricolari non dovevano chiedermi nulla. Capitava che durante la giornata appena avevo un momento libero mi mettevo ad ascoltare melodie vecchie, oppure riassaporavo quelle di quel giorno. Mi stavo innamorando di ciò che quell’uomo mi regalava, stavo tradendo mio marito con quelle note, stavo riscoprendo me stessa a suon di accordi, stavo lasciando che un qualcuno mi tirasse fuori dal baratro della mia apatia.

Dopo mesi di messaggi mi arrivò l’ultimo. Mi scappò da piangere quando lessi le parole dell’uomo, sapevo che da quel momento in poi me la sarei dovuta cavare da sola, avrei potuto farmi aiutare da melodie vecchie, ma il grosso del lavoro per salvarmi la vita l’avrei dovuto fare da sola. Il messaggio finiva con “Tornerai da me… So che tornerai da me…”. Che voleva dire? Forse avrei potuto ancora contattarlo. Il cuore respirò di speranza per qualche secondo ma poi sprofondai di nuovo nello sconforto. Quella sera tornai a casa alle 7 e mezza, decisi di andare in palestra, non avevo voglia di vedere Paolo, non quel giorno. Aprii la porta di casa e riconobbi immediatamente quella musica. Non capivo che stava succedendo, chiusi la porta dietro di me. Il tavolo era apparecchiato per due. Chiusi gli occhi ed assaporai quelle note, era di nuovo quello strano strumento a corde della prima volta, ma la melodia era diversa, mi faceva venir voglia di lasciarmi andare, di far uscire l’anima che avevo costretto nei pochi centimetri quadrati del mio corpo. Gli anni non mi facevano male, la monotonia nemmeno. Più quelle corde vibravano più io ero libera. Fui scossa da quel momento di pace da un rumore di passi, aprii gli occhi e guardai Paolo. Aveva le braccia aperte verso di me, i capelli ormai erano radi ma era sempre l’uomo che avevo sposato vent’anni prima. “Torna da me Sara…” disse a bassa voce per non disturbare la musica, ma lei non sembrò infastidita perché continuò soavemente ad inondare la casa con la sua delicatezza. Scoppiai in un pianto liberatorio abbracciandolo e dentro me lo ringraziai per aver salvato il nostro matrimonio e per avermi svegliata dalla mia apatia.

                    L’amore della mia vita mi aveva allontanata solamente per farmi innamorare di nuovo di lui, stavolta però con la musica nel cuore.

5 pensieri su “Passati i trent’anni, la vita non è altro che…

  1. Mentre leggevo, la parte di me che fa da giudice diceva che si sarebbe trattato senz’altro di una storia a lieto fine, rimarcava il fatto che a un certo punto si capisce anche come andrà a finire e, infine, puntava il dito sdegnata sulla prova che dava conferma alla sua teoria.
    – – –
    La parte di me che ama le emozioni è rimasta fino alla fine incollata al testo e ancora di più dal momento in cui ho intuito il finale, perché tutto Luciano voleva verificare se davvero, come sperava, sarebbe andata a finire in quel modo.

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