L’insostenibile leggerezza del web 2.0

by Jaulleixe

Le origini di Internet sono riconducibili a più forme di insostenibilità: ambientale, morale, sociale… Le esigenze per cui infatti nacque ARPANET  nel 1969 erano eminentemente militari.

Solo a inizio anni ‘80 una progressiva socializzazione dei contenuti on line determinarono l’abbandono graduale dell’originario imprinting  da guerra fredda (per maggiori dettagli vi consigliamo il libro Reti di calcolatori di Tanenbaum).

L’Internet di allora (che sarebbe divenuto World Wide Web solo nel 1989 grazie al CERN)  prevedeva, esattamente come la tv, una comunicazione unidirezionale: qualcuno proponeva contenuti, qualcun altro li leggeva.  All’inizio era uno spazio usato da grandi aziende o centri di ricerca; poi con il “WWW” arrivarono le grandi compagnie telefoniche, i singoli fruitori e tutti gli annessi e connessi con cui i più giovani tra quanti ora ci leggono sono probabilmente cresciuti.

Il primo decennio dopo il 2000 ha però visto il progressivo alterarsi di quegli equilibri, con una costruzione sempre più  “orizzontale” delle informazioni reperibili in rete.  Dal commento all’articolo, all’invasione dei blog e alle più diverse comunità on line, l’iniziale squilibrio di potere sembra essersi capovolto al punto da far tremare gli originari detentori della versione ufficiale del sapere.  E’ arrivato il web 2.0.

Il vostro pensiero correrà inevitabilmente alle ultime vicende nostrane in materia e alla conseguente protesta di Wikipedia Italia. Noi invece bypasseremo l’argomento – su cui potete tranquillamente documentarvi in migliaia di modi – e ci affiancheremo a voi. Un piccolo sforzo di immaginazione, non vi chiediamo altro: ce la fate a immaginarci, adesso, seduti lì, al vostro fianco? Come vecchi amici che passano dalle vostre parti e desiderano condividere tutto con voi, anche la fruizione del web. Il vostro web.

State leggendo The Best Magazine, ma ogni tanto buttate un’occhiata sulla chat di Facebook, che è rimasta attiva. Un clic veloce sulla casella di posta: niente di nuovo; poi finestra adiacente: Twitter, retwitting, poi una risposta veloce su Netlog o Badoo. Parte la suoneria di Skype: i vostri colleghi vi stanno cercando per iniziare una riunione on line, che seguite con attenzione finché non notate l’orologio… noooo! Sta per scadere l’asta su eBay! Qualcuno vi ha soffiato l’oggetto da sotto il naso, mannaggia, ma come si fa a puntare così tanto per uno stock di calzini di cotone bianco? Fate un altro giro sul negozio on line del venditore, non si sa mai ci fosse qualche Compralo subito a un prezzo stracciatissimo come premio di consolazione. Avete però fatto l’errore di lasciare aperto MSN Messenger, per di più con il “pallino” verde. E’ come lasciare un incrocio pericoloso sprovvisto di semaforo. Quando scatta l’ora x siete inondati di messaggi, trilli e chi più ne ha più ne metta. “Ciao, tutto bene, ma sto per uscire” è il copia e incolla che fate rimbalzare sulle diverse finestre di conversazione a cui non potete dire di no. Bloccate definitivamente qualche “rompi” che non ricordate nemmeno come avete aggiunto, infine passate il vostro status su invisibile e proseguite sotto mentite spoglie l’unica conversazione interessante, spiegando all’interlocutore che non potete risultare on line per ragioni di vivibilità virtuale.

Il tipo però non risponde subito, allora per ingannare l’attesa tornate a guardare la casella di posta… Aggiorna il tuo MySpace!, titola l’oggetto dell’ultima mail. “Macché aggiornamenti – ribatette voi mentalmente – MySpace è morto!”. Come Dio, Marx e oramai anche Woody Allen, stando a una vecchia battuta di quest’ultimo in cui dichiarava di non sentirsi troppo bene (per non parlare poi della recente dipartita di Steve Jobs, pace all’anima sua – ma su questo torneremo dopo).  Cestinate quel messaggio che sa di “antico” e caricate un po’ di foto della vostra ultima vacanza su Facebook, tanto poi la finestra di caricamento può essere messa sotto icona lasciando libero il vostro desktop (dallo sfondo nero o scurissimo, ovviamente, siamo per il risparmio energetico, no…?).

Torniamo alle vostre foto. Le stavate caricando, anzi, dando in pasto alla volutamente controversa regolamentazione sulla privacy del social network di Mark Zuckerberg forse sapendo, o intuendo, che di fatto nessuno avrà mai voglia di scegliere qualcosa da riutilizzare per secondi fini in quella bulimica aggregazione di file Jpeg. Senza nessuna remora nei confronti di chi sfoglierà le vostre OTTANTA foto del POMERIGGIO al solito bar con le solite 3 persone (a proposito, non insistete con il taggare chi non ha piacere di essere individuato, non conoscete la netiquette?), state caricando proprio tutto: foto sfuocate, overfleshate, mosse, inquadrate male, ritagliate peggio, storte, buie, e soprattutto praticamente identiche. Le persone sane di mente si arrenderanno subito.  I vostri contatti più affezionati alzeranno con un clic l’indice di gradimento dell’album – ma non è detto che l’abbiano sfogliato. Forse attirerete qualche commentatore, dal fare altrettanto bulimico, che si cimenterà nel gioco delle differenze. Questi ultimi soggetti sono forieri delle più inattese ispirazioni: a ragion veduta o per sbaglio capita infatti che buttino lì un termine inusuale a cui di solito consegue una fugace consultazione di Wikipedia.

In tutto questo a un certo punto vi ricordate di non essere soli, nonostante il silenzio: sono infatti due-tre che ci siamo seduti a fianco a voi, ricordate? Ci avevate forse iniziato  a spiegare qualcosa, con il supporto del mouse… poi il filo del discorso si è perso… anzi voi vi siete persi… totalmente assorbiti… che figura. Non riuscite a trovare né una giustificazione valida né tantomeno una scusa: e come fare, non sareste probabilmente nemmeno in grado di “descrivere” quello che avete fatto per tutte quelle ore.

Nessun problema, comunque: noi abbiamo fatto altrettanto per tutto il tempo via cellulare!

E per forza. I social networks non potrebbero funzionare in maniera così rapida e continuativa senza il contemporaneo e consistente coinvolgimento di (tante) altre persone come voi…

Intendiamoci: il mordi e fuggi caratterizzante la vostra sistematica presenza on line, salvo eccezioni occasionali, non consente un grande approfondimento di contenuti, né come creatori né come commentatori, a meno che non consideriate le emoticons come parametro di consistenza.

Ecco allora l’altra faccia del web 2.0: un elevato potenziale di dispersione di energie che potrebbero essere canalizzate altrimenti sia nel mondo virtuale che in quello reale (suvvia… alzino la mano quanti hanno Internet a disposizione a lavoro e non hanno MAI fatto accesso a un qualche social network a uso personale) a causa del quale si consuma un sacco di hardware, software ed elettricità. Forse a vanvera.

Speriamo allora che quello che a fine anni Novanta sembrava un appiattimento delle gerarchie tradizionalmente detentrici del sapere non diventi nel Nuovo Millennio una rivoluzione di Spartaco. Non pretendiamo, per spaventarci, di trovarci amniotizzati con un cavo nella nuca: viviamo già in illusioni alla Matrix ogni volta che accettiamo come “amico” in rete qualcuno che nella vita reale poi, nonostante una pregressa conoscenza, nemmeno ci saluta. O ogni volta che Internet ci propone canali informativi con meno filtri e noi li evitiamo sistematicamente “per non rovinarci la giornata” (preferendo, e questo forse è peggio, applicazioni come Pets che sono anche poco stimolanti e piene di bug… allenatevi con un VERO videogioco, allora!).

Il tentativo di soggiogare le masse riconducendole a una qualche forma di atomizzazione sociale è vecchio come il mondo. A noi la scelta se farci sottomettere, come  già avviene con la tv, dall’iPhone o dal caro vecchio monitor, o utilizzare questi ultimi per produrre qualcosa di nuovo.

Di più. Steve, niente di personale, ma a questo punto la citazione del buon vecchio Stallman (pioniere del software libero, che lavora nell’ombra dal 1983, a cui dobbiamo tra le altre cose parte del lavoro con il quale siamo arrivati a GNU, copyleft  e un sacco di altre cosine divertenti che potete verificare personalmente su stallman.org) è d’obbligo, per quanto non suoni esattamente come un elogio funebre: “nessuno merita di dover morire, […] ma tutti ci meritiamo la fine dell’influenza maligna di Jobs sul computing”.  Assimilando il computing jobsiano a una sorta di “prigione cool” che serve solo a “ separare gli stolti dalla propria libertà”.

3 pensieri su “L’insostenibile leggerezza del web 2.0

  1. Avete ragione, quanta dispersione di energia per chi non riesce a moderarsi, a usare computer, web eccetra con moderazione ed un po di cervello. Sono (siamo) i nuovi schiavi…

  2. Sono del parere che Facebook sia lo strumento,in questo millennio,per piegare la volontà umana,tutti ci entrano e,quei pochi rimasti fuori, vengono bombardati da proposte per entrarvi,è uno social a diffusione universale,un nuovo modello sociale..(quanti di voi hanno già sentito questa frase?) e non mi ispira mai niente di buono uno strumento con queste caratteristiche..potrebbe essere una dittatura occulta .Io resisto e non mi iscrivo,perchè quelli entrati, non avrebbero mai la volontà di uscirne.Riflettete gente

    • Non saprei… Sono iscritto a Facebook da un paio d’ani o tre, ci entro tre o quattro volte l’anno per evadere le richieste e i contatti accumulati e poi, siccome mi annoia e/o siccome c’è troppa roba tutta insieme, esco e se ne riparla dopo mesi. Non ne sono né fautore (e tantomeno schiavo) né detrattore. Forse proprio perché non mi ha preso.

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