Neanche un caffè.

by Riccardo Uccheddu

Lo studio del rettore era arredato in stile quasi spartano: alle pareti tradizionali nature morte, sul tavolo un pc penultimo modello ed un piccolo busto di Cicerone. Nessuna pianta ed una sola sedia… la sua.

Del resto, al prof Forbiti era sempre piaciuto definirsi “francescano” e Mario ricordava che quando (da ragazzi) frequentavano lo stesso gruppo di volontariato che raccoglieva fondi, medicinali e materiale didattico per il Terzo mondo, lui diceva: “Quando diamo, dobbiamo essere umili. Dobbiamo privarci del superfluo, che può condurci all’Inferno.”

In seguito le loro strade si separarono: dopo la laurea Mario andò ad insegnare nei licei del Sulcis, l’antica zona mineraria della Sardegna; Franco Forbiti diventò docente di storia romana all’università di Cagliari e segretario del vescovo. Ricoprì vari incarichi a Roma, alla Sorbona e ad Heidelberg, in Germania.

Quando il vescovo fu creato cardinale, lui fu eletto rettore dell’università di Cagliari; rifiutò però così le cariche di co-rettore delle università di Sassari e di Nuoro: “Quando riceviamo dobbiamo essere umili e non desiderare il superfluo.”

A Mario quella frase, pronunciata peraltro in tono untuoso e davanti alle telecamere della net-tv suonò falsa, artefatta… solo una beffarda riedizione delle sue vecchie convinzioni francescane. E stranamente, quella volta il magnifico rettore aveva tralasciato di nominare l’Inferno…

“Mario: ho solo pochi minuti. Pochi”, scandì Forbiti quasi con fastidio. “Comunque ho saputo che ieri, durante una lezione hai citato queste parole:<Pensi proprio che possa reggersi ancora, senza che ne sia sovvertito, quello Stato in cui le leggi non hanno efficacia, calpestate e rese vane da cittadini privati?> Ma dico, te ne rendi conto?! Ti rendi conto dell’impatto emotivo e politico che potrebbero avere parole come queste?!”

“Franco, ma…”

“Senti, la facoltà ha le registrazioni audio e video delle tue lezioni, chiaro?”

“Ti ricordo che l’attività didattica è libera e che la libertà di parola…”

“Ma piantala con la retorica! Senti”, sospirò poi Forbiti quasi con compassione, “da dove hai preso quelle frasi, da qualche opera di Gramsci, Marx, Che Guevara, vero?”

Mario scoppiò a ridere: “Franco! E’ quel che dice Socrate nel Critone di Platone…”

Il rettore lo guardò torvo: la figuraccia era stata notevole. Però tornò all’attacco: “Per la facoltà gira in fotocopia una dispensa di cui ho debitamente proibito la pubblicazione, il cui capitolo finale riporta questo passo (forse di Bakunin): <Non è dunque un arbitrio ed una ingratitudine che lo stato sia così prodigo verso i cosiddetti nobili, banchieri ed altri profittatori o sfaccendati, ed inventori di inutili piaceri, e non mostri nessuna solidarietà per fabbri e carbonai, manovali e carrettieri, senza dei quali non esisterebbe affatto?>”

Mario, sorridendo: “Prosegui.”

“Bene, la dispensa continua: <E per giunta i ricchi abusano quotidianamente dei poveri, con la prepotenza o addirittura con raggiri legali, depredandoli di quel poco ch’è loro dovuto. Con maneggi tali da far apparire legale, per una spaventosa deformazione, ciò che in origine era ingiusto(…).> Ma insomma, Mario, tu sei pagato per insegnare filosofia, non per incitare alla rivoluzione!”

“Guarda”, replicò lui che ormai pensava solo al suo amato rock (benché non fosse più legale dal 2041), “a p.22, nota 47 e vedrai che la rivoluzione non c’entra niente. Le ultime 2 citazioni si trovano nell’Utopia di Thomas More, un libro che fu pubblicato nel 1516.”

“Me ne frego. Ricorda che nel marzo del 2038 (legge 2468) è stata se non abrogata almeno sospesa anche la tua adorata Costituzione.”

“Marzo 2038, legge 2468, questo è il golpe di Paperotto”, canticchiò Mario.

“Ma che dici, deficiente? L’Italia, che è il Paese-guida dell’Unione europea del sud non fa colpi di stato. Dai tempi dei Romani noi siamo la culla del diritto e ti pare che potremmo guidare quei pidocchiosi di greci, spagnoli, portoghesi e ciprioti se non rispettassimo le regole?”

Mario accennò il ritornello di Factory di Springsteen, incurante degli “shh, shh!, il rock è considerato propaganda sovversiva!” dell’”amico.” Poi, fissandolo: “Va bene, ora vibra il colpo di grazia.”

“Per reggere la concorrenza cinese e quella del Libero club nord-occidentale occorrono velocità e concretezza. Ma i discorsi sul dubbio, l’uguaglianza, la giustizia ecc. bloccano le nostre decisioni, svirilizzano la volontà. Per questo in qualità di rettore  e di ex-ufficiale di marina ho il potere ed il diritto di sopprimere la tua cattedra e di licenziarti.”

Mario era esterrefatto; riuscì a dire soltanto: “Po… potrei avere un caffè?”

“Ora non canti più, eh? Comunque, che cosa vuoi… un caffè? Impossibile: con la legge sulle bevande attualmente in discussione alla camera, il caffè sarà considerato simil-stupefacente. Tra poco potresti essere accusato di tossicodipendenza. Bene, sparisci… e ringrazia che non ti denuncio.”

L’ex-prof si trascinò fuori dallo studio del rettore come se fosse in trance.

Uscendo dalla facoltà fu perquisito da un poliziotto che gli disse: “Professore, il fatto che sia stato appena sbattuto fuori  non la autorizza a portare la barba lunga. Vada via, lei è nauseante.”

Mario si allontanò velocemente. Avrebbe voluto prendere un robotaxi ma sapeva che un licenziato poteva prendere un mezzo pubblico (ed anche uno privato) solo se autorizzato da un ufficiale di polizia.

Fischiettò My generation degli Who… ma molto, molto piano. Comunque, benché fosse un secolo democratico, il XXI faceva sempre più schifo.

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